Dalla mia infanzia a oggi

Mia mamma è casalinga e saltuariamente, da giovane, faceva lavori di sartoria. Mio papà quando ha sposato mia mamma era contadino e bracciante, poi a 24 anni ha lasciato mia mamma, me di un anno e mia sorella di due ed è emigrato a Milano per imparare un mestiere. Lì ha vissuto per due anni. Alla fine degli anni '50 Milano offriva tantissimi posti di lavoro nell'edilizia; così, dopo aver lavorato per un po' di tempo alla Motta, papà ha trovato lavoro in un cantiere edile. Tornato al paesino ha potuto lavorare per guadagnare abbastanza per mandare avanti una famiglia. La mia infanzia è stata bella e tranquilla. Ricordo con piacere i risvegli con gli uccellini che cantavano (in Agosto non ne vedo più nel cielo) e mia mamma felice, faceva i mestieri cantando canzoni dell'epoca. La domenica mi piaceva andare al torrente Tona a fare un pic nic. correva tanta acqua e potevamo berla, adesso il ponticello dove passa la strada è quasi una discarica. 

 

Eravamo tanti bambini a giocare per strada e anche a quei tempi le nostre mamme ci proibivano di sporcarci. Noi bambini ci divertivamo giocando a dei giochi usando materiale di riciclo: correre tenendo un vecchio cerchio della bicicletta con un bastone, gioco di abilità con 5 sassi "fazzoletto ricamato", la trottola che da noi si chiama 'u sctrummel, mazz e mazzill (la lippa) e tanti altri giochi. Ricordo i rimproveri delle mamme alle finestre che richiamavano i bambini perchè giocando a calcio rompevano le scarpe.  I nostri pantaloni consumati perchè giocavamo allo scivolo su dei sassi o sulle scale del Comune. il paese era un enorme playground.

L'estate poi tornavano al paese tante persone che erano emigrate in America per scappare dalla miseria dopo la guerra. Tornavano con i propri figli per rivedere i loro genitori e il paese da dove avevano strappato con dolore le proprie radici. Oggi sono pempre meno le persone che tornano, perchè i loro figli e nipoti forse non sono interessati alle origini. Ricordo i ragazzi e le ragazze che arrivavano da una terra così lontana, con un accento così affascinante e diverso dal nostro modo di parlare. Insieme a tanti tipi di gomme da masticare, in Italia esistevano solo due tipi: quelle a forma di sigaretta e quelle piccole di forma quadrata e rosa,  portavano anche i loro giochi e le loro canzoni.

 

Ho vissuto in questo paesino fino all'età di 18 anni. Alle superiori avrei voluto studiare in una scuola Magistrale, per diventare una maestrina e poi, magari, lavorare in una scuoletta molisana e passare il resto della mia vita vicino ai miei genitori. E invece... non è stato possibile, perchè a quei tempi, l'Istituto Magistrale più vicino casa era a Casacalenda, e per raggiungerlo avrei dovuto prendere il pulman alle 5 del mattino e poi prendere un treno a Larino. L'arrivo a casa dopo la scuola non era  prima delle 5 del pomeriggio. 

Quindi, ho dovuto iscrivermi al liceo Scientifico di Larino, dove avevo già frequentato le scuole medie. Ebbene io sono negata completamente in Matematica... pensate che incubo sia stato per me fare ben 5 anni in una scuola dove si parla di numeri. La verifica di matematica è stato il mio incubo la notte prima di ogni esame per tutti gli anni di Università .

 

L'adolescenza penso sia per tutti un momento molto difficile della propria vita, non sai come sarà la tua vita, se ti sposerai, con chi ti sposerai (anche per le persone che hanno o credono di aver trovato l'anima gemella) se avrai figli, se avrai un lavoro e quale lavoro. Per questo quando sento dire "ah! beata gioventù!" mi viene da rispondere "ma quale???" A 18 anni mi sono trovata ad un bivio: restare al paese dove, a parte i genitori, non avevo nessuna sicurezza, nessun progetto e il paese offriva solo un paesaggio stupendo, oppure prendere la valigia, lasciare tutto e raggiungere mia sorella a Pavia, dove studiava Medicina. E io che facoltà avrei potuto scegliere? Il mio sogno era sempre stato di fare la sarta, la parrucchiera oppure, se avessi trovato un fidanzato, la casalinga, ma mia madre non avrebbe mai accettato di vedermi in casa a fare la casalinga. Un giorno le dissi "mamma, io di studiare non ho proprio voglia, ho fatto una fatica incredibile in questi 5 anni di liceo, come potrei affrontare l'Università? Spero proprio di trovare un marito per poter vivere tranquilla come casalinga" lei mi rispose "GIAMMAI, figlia mia! la laurea deve essere il tuo marito!" io credo che adesso se ne sia pentita, perchè lei era convinta che dopo il conseguimento della laurea, in tanti sarebbero venuti a bussare alla sua porta per offrirmi un lavoro.

 

Adesso i miei genitori vivono da soli. E' triste telefonare le sere d'inverno e sentirsi dire da un genitore che si sente solo e abbandonato dai figli.

Purtroppo in paese non si fa niente per combattere la solitudine degli anziani, o meglio... penso che nessuno si chieda che bisognerebbe pensare a cosa fare e forse le stesse persone sole pensano che non sia possibile fare alcunché.

D'altronde, finchè una persona non vive la situazione, non ci si trova dentro,  non capisce la necessità di un tale lavoro. Sono rimasta, a dir poco, scioccata quest'estate, quando al paese è stato organizzato un veglione. Non so se questa cosa è sempre esistita al paesino, ma la stessa sera sono state organizzate, da quello che ho sentito dire, ben 5 feste: una per i giovani largamente pubblicizzata e altre per gruppetti diversi. Il paese era avvolto in grida di gioia e festeggiamenti provenienti da tutti gli angoli dell'abitato. Quando l'estate mi reco a Montelongo, occupo con i miei figli un appartamentino isolato, appena fuori dal paese. Ebbene, le grida dei festeggiamenti le sentivo in casa anche con le finestre chiuse. Considerando che il paesino è composto di 400 abitanti circa, mi sembrava un po' esagerato dividersi in tanti piccoli gruppi anzichè una festa unica con la partecipazione di tutti. Ora mi chiedo, se una persona di una certa età avesse avuto voglia di ballare, divertirsi e stare con altra gente, ma non fosse stata invitata a nessuna delle feste in corso, come si sarebbe sentita quella sera, sola in casa? Sono certa che nessuno degli organizzatori delle feste svolte quella sera pensava di rendere triste qualcuno, ma chissà quante persone, mentre gli altri festeggiavano, si sentivano ancora più soli nelle loro case silenziose rese ancora più silenziose dal frastuono proveniente dall'esterno.

Riesco a immaginare le sere nel periodo Natalizio, quando tutte le famiglie si ritrovano e i miei genitori sono soli vicino al loro caminetto che continuano ad usare non tanto per la necessità di scaldarsi, poichè hanno i termosifoni, ma "fa compagnia lo schioppettìo" come dice mamma.

Sono quelle le sere in cui i miei genitori si sentono più abbandonati. Ed io soffro a questo pensiero perchè, purtroppo non posso dividermi in due. I miei suoceri hanno anche loro i figli lontani e anche loro vorrebbero avere tutti a pranzo il giorno di Natale, per cui ho deciso da qualche anno di alternare un Natale con i miei e uno con i miei suoceri.

E che dire di quelle persone, che sono sole con la loro solitudine e con un caro da accudire ammalato gravemente?

Sarebbe bello se, prima di ricostruire le case danneggiate dal terremoto si ricostruisse il desiderio di stare insieme, grandi e piccoli. Ricordo quando da ragazzina si organizzavano giochi in piazza, accorreva gente da tutti gli angoli del paese, o almeno, ricordo una grande affluenza di persone, invece quest'estate durante lo svolgimento dei giochi, poche persone sono venute a curiosare e quando chiedevo ai ragazzi un po' più grandi di quelli che si stavano divertendo di unirsi ai giochi, loro rispondevano "io non gioco con i più piccoli di me!" Non so se è tutta colpa del terremoto o altro????

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