Michele

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Michele, un cugino di mia madre che è stato mandato a combattere in Russia durante la seconda guerra mondiale e non ha mai fatto ritorno. Stesso destino per tanti altri ragazzi.

Proprio ieri ho letto un libro che riguarda quell'eveno storico.
Mia madre mi dice sempre che Michele è scomparso in guerra... Nel libro ho letto che quando questi ragazzi morivano, per non dare l'idea della sconfitta, ai familiari non bisognava dire che era stato ucciso, ma che era disperso.

Il titolo del libro è IO, PRIGIONIERO IN RUSSIA dal diario di Alfonso Di Michele. La preziosa testimonianza di un reduce.
Scritto da Vincenzo Di Michele (figlio di Alfonso) abruzzese, nato in un paesino ai piedi del Gran Sasso.
MEF l'autore libro FIRENZE
In questo libro si parla della vita di un ragazzo ribelle che ha partecipato ad una guerra assurda sul fronte russo che è stata definita "la campagna militare più sanguinosa della storia mondiale"
Leggendo queste pagine ho sempre avuto davanti ai miei occhi il ritratto di Michele, che forse partì insieme al protagonista di questo diario. Quanti ragazzi sono stati strappati dalle braccia delle madri o delle giovani mogli per combattere in Russia vicino al fiume Don.
In queste pagine Alfonso racconta che quando Mussolini decise di mandare i suoi ragazzi sul fronte russo, lo stesso Hitler sconsigliava una tale impresa perché i militari italiani non erano ben addestrati e non erano ben equipaggiati. Hitler consigiava di mandarli in Africa, dove il clima era più tollerabile.
Nonostante i consigli di Hitler, nel 1941 Mussilini inviò sul fronte russo con il nome di CSIR una spedizione militare italiana di 62.000 ragazzi-soldati. Nel 1942 Mussolini inviò un altro contingente di 220.000 soldati sotto il nome di ARMIR (armata italiana in russia)
Inoltre, mentre in Italia la gente moriva di fame, l'esercito italiano inviava 1.000 cannoni, 18.000 automezzi, 400 pezzi di artiglieria pesante, 25.000  quadrupedi e 70 aerei.
Durante questo conflitto furono fatti prigionieri 70.000 soldati italiani ai quali bisognava dar da mangiare, un posto dove dormire, vestire, curare e permettere loro di lavarsi. Ma il numero era troppo elevato, non era possibile soddisfare alcuna necessità, quindi furono trattati come bestie. Le principali cause di mortalità furono di congelamento durante lo spostamento dal luogo dove furono fatti prigionieri alla stazione dei treni dove arrivarono dopo una marcia di circa una settimana (la temperatura toccava sicuramente i 45° sotto lo zero). La marcia venne dai prigionieri chiamata la marcia del "Davaj!" che in russo significa "cammina!", parola che i soldati russi continuavano a ripetere ai prigionieri, ogni qual volta cercassero di fermarsi a riposare anche solo per un attimo.

Molti morirono sui vagoni da bestiame che li trasportarono fino al campo di prigionia.

Al campo molti morirono di fame (il cibo era talmente scarso che in alcuni campi si praticava cannibalismo) di tifo, di dissenteria, di tubercolosi, di difterite, di distrofia, di cancrena o di polmonite.

In linea di massima il numero di italiani che non hanno fatto ritorno dal fronte russo è circa 90.000 uomini.
Di questi ultimi, 30.000 sono morti sul fronte e 60.000 sono morti nei campi di prigionia.
Chissa il nostro caro Michele di che morte sia perito :-(((